
Oggi festa dell'Assunta, proviamo a contemplare Maria.
Prima di tutto diciamo che: “la donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” non è Maria, ma il popolo di Dio, dal quale nascerà il Messia e la Chiesa, perseguitata ai tempi dell'autore dell'Apocalisse, per cui deve fuggire nel deserto creando la diaspora. Il fatto che ha la luna sotto i piedi significa che schiaccia le divinità pagane, mentre le dodici stelle indicano le dodici tribù di Israele.
Secondo: ricordiamo che il Nuovo Testamento attribuisce allo Spirito Santo il ruolo materno di difensore, di intercessore e di rifugio. Togliere allo Spirito questi attributi, per metterli sulle spalle di Maria, è una bella devozione, ma non è biblico. Padre e Madre della Chiesa è Dio.
Dico questo perché se contempliamo Maria, guardando al fatto che lei è l'Immacolata Concezione e la madre di Dio, guardiamo solo ai suoi privilegi, e questo ce la fa sentire lontana e irragiungibile, diventa un mito. Se invece mettiamo al centro ciò che ha fatto sì che lei sia potuta diventare madre di Gesù, e cioè la sua fede, la sua totale fiducia in Dio, allora Maria si riavvicina a noi e diventa un modello da seguire.
Maria, più che madre è sposa; colei con cui Dio fa un’alleanza, come con il suo popolo. Alleanza possibile grazie al Sì di Maria. La maternità è solo una conseguenza direi quasi naturale, come feconda deve essere la vita di chiunque stringe un’alleanza con il Signore. Maria non vuole essere un mito, ma un faro che illumina la strada, un esempio di fede e di fiducia.
Maria va associata nel Vecchio Testamento non tanto ad Eva, madre dell'umanità, ma a Mosè, padre della fede, perché ambedue hanno accettato la proposta del Signore che dice: “Esci dalla tua terra e va”, credendo alla promessa che sarebbero stati benedetti e sarebbero diventati una benedizione per tutti. La conseguenza per ambedue è la fecondità.
Maria viene a portare Gesù nel mondo, e questa è la missione di tutti i cristiani. Per questo oggi la portiamo in processione per le strade del nostro paese, affinché cammini in mezzo a noi e impariamo a camminare sulle sue tracce per arrivare anche noi alla nostra vocazione finale che è quella di essere associati alla sua assunzione in Cielo.
padre Paul Devreux
Lettera n. 143
di Ettore Masina
del giugno-luglio 2009
Cerco di dirlo pacatamente, quanto più posso, ma debbo dirlo ad alta voce perché mi accade
frequentemente che amiche e amici mi domandino (ed io lo domandi a me stesso) cosa significhi
essere cattolico; e ne parlo in pubblico perché oggi più che in tante altre occasioni sento il bisogno
di far parte di un gruppo che non accetta di vivere passivamente la storia. E dunque grido: se
pensassi ancora, come un tempo, che essere cattolico vuol dire prestare ossequio all’istituzione
vaticana (lo stato-Santa Sede, la burocrazia ecclesiastica, il centro di potere che si incarica di
tradurre il vangelo in diplomatichese, sbiadendone il significato), allora preferirei considerarmi
cristiano in diaspora, lontano da ogni denominazione. In queste ore, infatti, sono travolto da un
sentimento che è più che indignazione o rabbia o sconforto: la parola esatta per qualificarlo è schifo.
Molte delle persone che condividono la mia fede, spesso tormentata e confusa ma non ignobile
(spero) nella sua ricerca di coerenza, hanno probabilmente già compreso a quale sciagurato evento
mi riferisco. Il Parlamento italiano ha votato l’altro giorno il famoso “pacchetto” sulla sicurezza, e
subito tutte le associazioni cristiane che, con competenza e generosità si occupano di migranti,
hanno non solo dichiarato ma mostrato come esso sia del tutto inadatto allo scopo e destinato,
invece, certamente, a generare una grande massa di dolori e di problemi; come esso sia, per darne
una definizione assolutamente adeguata, non soltanto razzista ma nazistizzante. Ed ecco intervenire
il Vaticano. Per confermare la denunzia e assicurare che la Chiesa intera, congregata intorno al suo
fondatore, il quale non esitò a identificarsi nei poveri (“Ero straniero e tu mi hai ospitato…”)
difenderà in tutti i modi la causa dei poveri giunti fra noi spinti dalla miseria? Nient’affatto: per
chiarire, invece, che le critiche al provvedimento non provenivano dalla Santa Sede.
Dichiarazione inoppugnabile. Il Vaticano aveva evidentemente molte altre cose cui pensare. Ma
come non essere certi che essa sarebbe stata interpretata come autorevole e quasi definitiva
delegittimazione dei dissenzienti? Questa lettura la trasmettono difatti a catena tutti i tiggì e la
stampa del governo. La maggioranza sghignazza: vedete? La Chiesa (quella che conta, il Papa e i
cardinali) non hanno niente da dire, dunque sono con noi, e i cattolici insorti contro la legge sono i
soliti esaltati (o comunisti).
Mi sono occupato per tanti anni, da giornalista, di informazione religiosa e so bene che cosa a chi
gli domandasse perché risponderebbe il fariseo con lo zucchetto rosso che ha dato ordine di
diffondere quella precisazione. Direbbe che una cosa è la Santa Sede, presenza statuale che si
occupa di questioni internazionali; e un’altra cosa è la Chiesa articolata nelle sue presenze
territoriali e delegata a occuparsi di problemi “locali”; che la Santa Sede, il Vaticano, patteggia i
concordati, diffonde principi generali, non interviene pubblicamente in questioni nazionali. Non
bisogna confondere – direbbe sorridendo l’alto prelato - diplomazia e profezia.
Naturalmente è così soltanto dal punto di vista formale, almeno per quanto riguarda l’Italia. Siamo
in molti, penso, a ricordare con quale pesantezza “alti” abitatori dei Sacri Palazzi siano intervenuti
sul “caso Englaro”. Se qualcuno si preoccupò allora che la Santa Sede venisse coinvolta nel
dibattito in quanto tale, quella volta i farisei in zucchetto rosso si guardarono bene dal dire che il
Vaticano non c’entrava… Certi silenzi e certe informazioni non richieste sono manovrate accuratamente,
razionalmente, addirittura sapientemente. Ma poiché - è un dato di fatto - la Chiesa o è
profetica o è una misera centrale di potere, quando ascolta più la voce della “prudenza” che quella
dello Spirito Santo, la burocrazia vaticana rivela una sconcertante aridità di sentimenti, una
mancanza di “pietas” che allontana masse crescenti di cattolici e conferma nel loro rifiuto quelli
che, spesso dolorosamente, si sono allontanati.
Questa volta, a me pare, il chiamarsi fuori è particolarmente disgustoso perché gravissimo è quanto
è accaduto. Non è un fatto “locale”, è un fatto d’importanza universale. Un intero Paese, a
maggioranza cattolica, almeno nei censimenti, si dà, attraverso il suo parlamento, una legge,
intrinsecamente ma con ogni evidenza, anticristiana. Dal 2 luglio 2009 l’Italia potrebbe mutare
nome e chiamarsi Cainolandia perché è la legge dell’odio quella che è stata approvata sotto il
controllo governativo del voto di fiducia. Una vena di autentica crudeltà corre per i suoi articoli. Per
farne qualche esempio. la puerpera clandestina la quale ricorra a una struttura pubblica sanitaria per
partorire non potrà riconoscere anagraficamente il suo bambino (che potrà dunque esserle sottratto e
dato in adozione, a questa ferocia neppure Hitler era arrivato!); l’entità delle multe che l’immigrato
dovrebbe pagare è fuori dalle possibilità economiche di qualunque lavoratore “manuale”. Non
devono arrivare nuovi stranieri e sarebbe bellissimo se anche gli altri se ne andassero o, nel caso
rimanessero “ si decidessero a stare “al loro posto”. Benvenuto in Cainolandia, presidente Obama
figlio di un nero; benvenuto presidente Sarkozy, figlio di immigrato… Il Bel Paese è dal 2 luglio
2009 una terra il cui popolo dichiara per legge che un milione di persone deve andarsene
immediatamente o rendersi invisibile: comprese, perché il delitto di “clandestinità” riguarda non
solo l’immigrazione ma anche il soggiorno, quelle badanti e colf che oggi integrano la vita di tante
famiglie. Criminali anche loro: e non conta che molte di loro e le loro datrici di lavoro stiano da
tempo cercando una regolarizzazione. Criminali anche i profughi politici. Che c’entriamo noi, con
le loro beghe? Se i clandestini non se ne andranno rapidamente (e dove? E come?), se i giudici,
magari opportunamente stimolati da delatori in camicia verde, dispenseranno gran numero di
condanne, le carceri del nostro paese, già in situazione di collasso, si trasformeranno rapidamente in
lager. Così i centri di espulsione. Aumenterà il numero degli aborti. Si aprirà ben presto un conflitto
tra le forze dell’ordine, alle quali il governo nega basilari finanziamenti e le ronde degli aspiranti
sceriffi, desiderosi di provare i loro muscoli e le loro mazze da baseball sui nuovi sottouomini.
Un popolo che si dà leggi del genere cambia l’antropologia mondiale, tanto più se era ricco di
tradizioni di civiltà e di realtà religiose. Il Papa è tedesco e forse non può cogliere in tutta la sua
virulenza questa ideologia della paura, questa voglia di far del male a chi involontariamente
ossessiona un’insicurezza che è, innanzi tutto, perdita di identità in un mondo in mutamento, questo
antico simbolismo pre-cristiano per cui il forestiero è per definizione un nemico. Ma la Santa Sede,
il Vaticano e – ahimé - la Conferenza episcopale italiana non possono pensare di avere parlato ai
credenti con chiarezza. La preoccupazione di nuocere a un governo amico, a un PdL definito
dall’”Oservatore Romano” singolarmente adatto a difendere i valori cristiani, la stessa
preoccupazione che ha soltanto bisbigliato la deprecazione ecclesiastica per i festini cavallereschi,
anche stavolta è prevalsa sulla necessità della chiarezza. Come avvenne, purtroppo, per il fascismo
e per il nazismo, il “Non ti è lecito!” del Battista e di Ambrogio, sembra eccessivo ai porporati
benpensanti, i discorsi dei vertici ecclesiastici sono ancora una volta sussurri talmente vaghi che per
risultare comprensibili bisogna studiarli a lungo. Potranno forse essere citati come alibi nel futuro.
Nell’oggi, accanto al pianto dei respinti, appaiono mormorii timorosi di disturbare.
Ma è venuta domenica. Molti parroci, salendo all’altare, hanno preso impegno, davanti alla loro
comunità (o addirittura insieme con la loro comunità) di violare la legge leghista tutte le volte che il
Vangelo lo richieda. E noi?
Ettore Masina